Netflix ha ufficialmente comunicato l’arrivo della prossima stagione di Rick&Morty, riportandoci così a quell’immaginario un po’ onirico che ha accompagnato per anni la nostra generazione.
A questo punto si prospetta difficile —almeno per me, che ho scoperto queste serie con un ritardo di quasi 10 anni— non tornare a confrontarla con un’altra produzione che, pur muovendosi su binari narrativi diversi, ha lasciato un’impronta altrettanto profonda: BoJack Horseman.
Entrambe capaci di mescolare ironia e disagio, BoJack Horseman e Rick&Morty hanno coinvolto il loro pubblico grazie all’originalità dello stile narrativo e alla capacità di raccontare in modo lucido un contesto contemporaneo fatto di precarietà, disillusione e iper-stimolazione.
Per dare un po’ di contesto: BoJack Horseman nasce come una tragicommedia grottesca ambientata in una Hollywood popolata da animali antropomorfi. Inizialmente comedy, muta progressivamente in un racconto introspettivo, dove nodi mai sciolti si aggrovigliano fino a giungere al punto di non ritorno. Il protagonista è un cavallo, ex star di una sitcom anni Novanta, incapace di far pace con il proprio passato e, per questo, costantemente incline all’autosabotaggio.
Rick&Morty, al contrario, si sviluppa in un’ambientazione fantascientifica: viaggi interdimensionali, realtà alternative, universi che collassano e si rigenerano nel giro di venti minuti. Rick è uno scienziato geniale e nichilista, Morty il nipote in balia di avventure fuori dai confini della logica.
È però la retro-narrazione della serie a costituirne il cuore centrale: la famiglia, il fallimento delle relazioni, l’impossibilità di fuggire dal proprio passato anche quando l’universo sembra offrire infinite vie di fuga.
BoJack e Rick, tanto diversi per contesto e linguaggio, sono invece incredibilmente simili nella funzione narrativa che svolgono. Entrambi muovono i fili degli eventi giungendo sempre —forse inconsapevolmente— all’autodistruzione, quasi fosse il solo epilogo possibile.
BoJack conosce bene le proprie fragilità: ne rintraccia le origini, le nomina, le racconta, ma fatica a interrompere il ciclo che lo porta a ferire sé stesso e gli altri. Rick, allo stesso modo, trasforma il proprio dolore in negatività generalizzata, usando la propria “intelligenza per giustificare il malessere […] poichè l’unico aspetto davvero inafferrabile per lui, è che la sua mente sia sotto il suo controllo” (cito testualmente dall’episodio 3 della terza stagione).
La dimensione psicologica entra dunque in gioco senza mai diventare il centro esplicito del racconto: BoJack usa il vittimismo e la consapevolezza come scudo, Rick il nichilismo e la superiorità intellettuale come alibi. Entrambi mostrano come la lucidità non coincida con il cambiamento, ma piuttosto con una forma più raffinata di immobilità.
Emblematici sono anche i punti di differenziazione dei due protagonisti che, quasi per un effetto calamita, finiscono per rendersi respingenti. Se BoJack Horseman insiste sul peso delle conseguenze, nella convinzione che ogni scelta lasci una traccia e che ogni errore abbia un costo non evitabile, Rick invece, gioca costantemente con l’idea che tutto sia sostituibile. Dove BoJack costruisce un racconto di responsabilità progressiva attraverso la presa di coscienza, Rick si muove secondo un’oscillazione pendolare, fatta di accelerazioni e brusche frenate emotive. I protagonisti non offrono modelli positivi né soluzioni, ma mettono in scena personaggi complessi, intelligenti e profondamente irrisolti.
Con l’arrivo della nuova stagione di Rick&Morty, resta da capire quale destino spetterà al protagonista: se l’autore abbraccerà una chiusura definitiva del percorso di Rick — come è accaduto per BoJack — oppure se si limiterà ad aprire un nuovo capitolo di una storia che, come spesso accade anche nel cinema d’autore, preferisce lasciare un interrogativo in sospeso piuttosto che rispondere.

