“ Partiti i quattro astronauti: avranno principalmente il compito di testare la navetta Orion, aprendo la strada all’allunaggio vero e proprio previsto con la missione Artemis IV nel 2028”. (RaiNews.it)
La prima cosa a cui penso quando sento parlare di missioni spaziali è inevitabilmente Interstellar. Se c’è una cosa che Christopher Nolan ha irrimediabilmente cambiato è la mia modalità di elaborazione del mondo (un po’ alla Inception).
Tralasciando le analisi di ingegneria aerospaziale, che sicuramente non mi competono, in Interstellar c’è una scena che mi ha permesso di superare la paura del buio cosmico e l’idea di essere insignificante in mezzo alla gigantesca pienezza invisibile dell’universo.
Breve recap: nel film, l’ostacolo più difficile che il protagonista Cooper e sua figlia Murph devono affrontare non sono le galassie che li separano, ma il tempo. A causa della vicinanza ad un buco nero, mentre per Cooper passano poche ore, sulla Terra trascorre l’intera vita della figlia, a cui è costretto ad assistere, impotente e a distanza, tramite dei messaggi registrati.
Il vero punto di svolta per la loro relazione, sarà però più avanti nel film, quando Cooper, lasciandosi cadere nell’ignoto del buco nero, si ritrova in uno spazio a quattro dimensioni che assume le sembianze della libreria della camera da letto di Murph.
È in questo non-luogo che Cooper cerca di spiegare al suo assistente robot TARS un concetto che sfida la fisica: l’amore è l’unica forza cosmica capace di fendere lo spazio-tempo e permettere a due entità di comunicare attraverso galassie di distanza.
L’entanglement emotivo: dai legami privati a quelli universali.
Ok, è fantascienza, ma quanto si scontra con il nostro presente?
Quante volte ci capita di sentirci visceralmente legati a una persona uscita dalla nostra vita? Come se a volte ci parlasse da altre dimensioni, con segnali per noi impossibili da comprendere pienamente.
O ancora, quella sensazione di percepirsi, di influenzarsi a vicenda nonostante i silenzi prolungati e i chilometri di distanza.
La fisica quantistica lo chiama entanglement: un fenomeno per cui due particelle, una volta entrate in profonda connessione, continuano a rispondersi a vicenda in modo istantaneo, anche se separate da anni luce. Ed è affascinante come questo concetto si stia infiltrando nei posti più impensabili: Kid Yugi canta di poter fare “entanglement anche ad un megaparsec” con la persona amata, dando una forma ad una speranza profondamente umana, quella di poter andare al di là dello spazio e del tempo.
Ci permette di credere che esista una fisica superiore dei sentimenti, un legame che giustifichi l’incapacità di dimenticare chi ci ha segnato.
Eppure, a guardare bene, questo entanglement emotivo non si esaurisce nell’intimità di una relazione privata, ma si espande a livello collettivo. Non ci serve viaggiare fino a un tesseract a quattro dimensioni per trovare queste connessioni anche sulla Terra; quando Jurij Gagarin divenne il primo essere umano a guardare il nostro pianeta dall’alto, ci rese consapevoli di come da lassù la terra fosse “bellissima, senza frontiere né confini”.
Se oggi non possiamo fare a meno di constatare come l’attualità del mondo si stia colorando di individualismo e ostilità, dobbiamo al tempo stesso impegnarci a sperare in quella silenziosa ma vitale e crescente parte di umanità che sceglie di tessere reti di sostegno a distanza. Persone che si fanno portavoce di chi lotta per non essere zittito. L’entanglement relazionale, nella sua forma più alta, è proprio questo: la forza che ci attrae ostinatamente verso la cura del nostro prossimo, anche quando quella battaglia non ci tocca direttamente.
Oggi, mentre i quattro astronauti di Artemis II tracciano la loro rotta nello spazio ricordandoci quanto lontani possiamo spingerci, evidenziano forse un vuoto ben più profondo di quello rintracciabile nel sistema solare: la necessità di ritrovare la vicinanza tra le persone. È un invito a impegnarci, qui e ora, per tessere invisibili costellazioni umane che siano sempre orientate a guidarci.

